
A tutti, prima o poi, è capitato di sperimentare cosa
significhi negoziare qualcosa con qualcuno: i bambini, ad es., si scambiano le
figurine o i giocattoli a suon di negoziazioni, mentre gli adulti vivono tra una
negoziazione e l’altra (in famiglia, al lavoro, con gli amici, ecc.) la propria
esistenza.
La negoziazione è profondamente inserita nella vita di
ogni essere umano; ne scandisce praticamente tutti i momenti e lo fa crescere
tra i suoi simili regolandone l’esistenza (si pensi - ad esempio – in diritto
alle innumerevoli regole non scritte create nei secoli dai mercanti per regolare
i propri rapporti commerciali, la c.d. Lex Mercatoria) e sovente si pone come
un’attività necessaria per scongiurare gravi attentati all’incolumità personale
o di altri.
Ora stiamo negoziando (magari solo con noi stessi) o, se
non lo stiamo facendo, lo faremo fra poco, quando torneremo a casa o
incontreremo il vicino o dovremo relazionarci con il nostro capo o risponderemo
al telefono. Tutto è negoziabile e negoziazione: il tempo, il denaro, il lavoro,
a volte l’amore, finanche la vita!
Spesso succede, però, che il negoziato diretto possa
entrare in crisi, in maniera tale che le parti si trovino a dover fronteggiare
una situazione di impasse in cui non vi è alcuna possibilità per la discussione
in funzione cooperativa ai fini della migliore soluzione possibile. Ciò, secondo
alcuni, può accadere perché le parti non riescono a superare la visione che si
sono fatte durante la negoziazione secondo la quale qualsiasi concessione possa
fare l’una all’altra, risulterà essere una perdita che non possono in alcun modo
accettare. Secondo altri, invece, tale blocco può essere causato più
semplicemente dal fatto che le parti non abbiano sviluppato un adeguato rapporto
di fiducia reciproco (Rumiati-Pietroni).
In tali momenti, al fine di risolvere la situazione di
stallo, non può non ritenersi come fondamentale l’intervento di una terza
persona in funzione “equiprossima” (cioè in egual modo “prossima”, vicina, alle
parti, al fine di facilitare e riattivarne la comunicazione) con funzioni di
assistenza delle parti nella negoziazione, che le aiuti a comprendere come
cooperare sia più conveniente che competere e che si vince di più se tutti
vincono (sistema win-win, piuttosto che win-lose).
Una procedura che prevede l’intervento di una tale figura
altamente professionale è senz’altro la conciliazione stragiudiziale, anche
definita “negoziato professionale assistito”. Il terzo in questione viene a
prendere il nome di conciliatore ed ha la funzione precipua di assistere (da qui
la conciliazione come “negoziato assistito”) con professionalità le parti
negoziali nel raggiungimento di un accordo, che comunque sarà liberamente
sancito (o meno) da queste ultime.
Nella conciliazione stragiudiziale, diversamente che nella
negoziazione diretta tra le parti, ciò che fa la differenza, quindi, è la figura
del conciliatore, terzo atipico in una dinamica negoziale pura.
La sua presenza al tavolo negoziale risulta essere di
concreto ausilio anche e soprattutto al fine di allargare il ventaglio delle
possibili strade percorribili dalle parti, ai fini di una soluzione di mutua
soddisfazione degli interessi e dei bisogni reciproci.
A differenza che in una negoziazione diretta, poi, nella
conciliazione stragiudiziale delle controversie si tende a favorire tra le parti
negoziali un atteggiamento di fiducia reciproca, che sarà uno degli elementi più
utili alla cooperazione tra le stesse, al fine dell’individuazione della
migliore soluzione al problema. Ciò, in quanto la fiducia porta solitamente al
dialogo ed il dialogo alla collaborazione, che a sua volta può portare
all’accordo mutuamente condiviso ed accettato.
Tale fiducia, in un procedimento di negoziato assistito,
verrà sapientemente trasferita dal conciliatore (una volta che lo stesso se la
sia guadagnata dalle parti) al processo negoziale in corso, affinché le parti
acquisiscano confidenza nella negoziazione che le occupa. Da ultimo, il ruolo
della conciliazione attraverso l’opera del conciliatore, sarà quello di indurre
le parti a fidarsi reciprocamente l’una dell’altra.
E le parti, da sole – sebbene rappresentate da
professionisti – non riescono di solito a darsi fiducia reciproca durante una
situazione conflittuale, al contrario, più il conflitto è verosimilmente
consistente, maggiore è l’implicazione negativa che lo stesso riveste sulle
parti negoziali e, non di meno, maggiore risulta essere la visione distorta e
negativamente critica che le parti hanno l’una dell’altra.
Risulta perciò essere comprensibile come, sia in
situazioni di impasse negoziale con un conflitto già in atto (dove le rispettive
posizioni dei litiganti hanno cessato di avvicinarsi, interrompendosi ogni
modalità di cooperazione), che in ipotesi di mancanza di conflitto attuale, ma
di necessaria negoziazione di una soluzione condivisa per evitarne uno in
futuro, la conciliazione stragiudiziale professionale sia un efficace e valido
strumento per incrementare il potenziale negoziale racchiuso all’interno di
ciascuna parte.
La conciliazione intesa come negoziazione assistita,
quindi, può ben considerarsi come una forma avanzata rispetto al tradizionale
negoziato diretto, e questo è uno dei vantaggi maggiori che lo stesso
procedimento di conciliazione può ben promettere alle parti che si accingano a
tentare una conciliazione. Esso è, per così dire, il vantaggio dei vantaggi,
quello che racchiude tutti gli altri motivi di convenienza nella scelta del
tentare una conciliazione.
E’ fondamentale che questi vantaggi vengano valutati
positivamente dai professionisti che dovranno consigliare i propri clienti al
fine di meglio risolvere la loro controversia, ed è altrettanto necessario, in
un’ottica di diffusione del ricorso allo strumento conciliativo, che chiunque
possa conoscere e riconoscere quali e quanti siano i reali vantaggi e le
potenzialità ascrivibili ad un procedimento di conciliazione stragiudiziale
professionale, per farvi ricorso in caso di necessità.
L’istituto della conciliazione stragiudiziale e l’attività
del conciliatore sono studiati nei minimi particolari, sia per la cura del
procedimento che per la professionalità dello stesso conciliatore.
Il conciliatore in qualsiasi incontro di conciliazione
deve tendere ad utilizzare un linguaggio neutrale e ben dosato nelle
argomentazioni; avere un atteggiamento il più possibile positivo al fine di
incoraggiare le parti ad ottenere il massimo vantaggio ottenibile dal tentativo
di conciliazione stragiudiziale che le occupa; non aver alcuna fretta di
risolvere la questione: il più delle volte la strada maestra per una soluzione
ottimale si trova da sé, senza nemmeno rendersi conto bene del come e del
quando. In pratica, deve essere un “semplificatore” della questione, per rendere
possibile il raggiungimento di un accordo che non sarebbe forse visibile se le
parti continuassero a navigare nella fitta nebbia delle proprie ragioni.
Il terzo neutrale, il conciliatore, solitamente gode della
fiducia di entrambe le parti che quindi saranno tendenzialmente propense a
rivelargli (magari negli incontri singoli, i c.d. caucuses) i propri interessi
più profondi e remoti, i bisogni, le aspirazioni a cui tendono e le esigenze che
non rivelerebbero in alcun modo alla controparte. Tale serie di informazioni
“latenti” o “indirette” (nel senso che non sono normalmente rivelate dai
contendenti in una normale situazione di diritto o di transazione negoziale, ma
sono il frutto dell’attività di estrapolazione soprattutto psicologica del
conciliatore sulle parti) serviranno al conciliatore al fine di aiutare le parti
ad immaginare una soluzione alla loro disputa che vada al di là dei diritti e
dei doveri di ciascuna di loro.
Il conciliatore inoltre ha la funzione di creare un’atmosfera di favore, un
umore positivo che stimoli le parti al problem solving, sciogliendo gli
irrigidimenti che danneggiano la creatività e smorzando i toni caldi e accesi di
cui le parti stesse sono portatrici, a volte anche involontarie ed
inconsapevoli.
Egli, per giunta, può far ragionare i litiganti in termini
di vantaggi e svantaggi del raggiungimento di una soluzione negoziata
conciliativa rispetto all’instaurazione di un giudizio ordinario di tribunale.
Il professionista conciliatore, poi, essendo esperto anche di tecniche più
prettamente psicologiche, potrà far comprendere ad una parte cosa sente e cosa
prova l’altra, di modo che si renda conto di come quest’ultima potrebbe agire o
non agire, rispondere o non rispondere; in ogni caso superando le c.d. barriere
cognitive che limitano la visuale personale delle parti. Quello che spesso si
sente dire è che con un conciliatore le parti possono essere aiutate a vedere la
situazione da un altro punto di vista, un’altra ottica; comprendendo quali siano
i vantaggi ed i plus di una soluzione pacifica e negoziata e riducendo ai minimi
termini quelli che potrebbero essere gli svantaggi.
A livello comunicativo, infine, la figura del conciliatore
ha vari ruoli che brevemente si portano all’esame del lettore.
Innanzitutto il conciliatore servirà a porre gli
interlocutori (le parti in conflitto) a loro agio, smorzando quella tensione
che, inevitabilmente si genera nel momento in cui le parti si rivestono del
ruolo che è loro proprio: esse comunque, anche se in conciliazione, sono gli
antagonisti.
Il conciliatore, poi, è necessario al fine di creare
un’atmosfera di fiducia che pone le parti in condizioni di rilassamento e le
aiuta a calpestare la diffidenza e l’acredine che nutrono l’una nei confronti
dell’altra.
Il metodo che solitamente il conciliatore utilizza non può
prescindere in primis da un ascolto attivo delle reciproche visioni delle parti,
mediante l’adattamento del linguaggio al contesto ed alle persone che lo stesso
conciliatore andrà a gestire. Ogni parte, perciò, avrà l’occasione di intessere
un vero e proprio rapporto empatico con il conciliatore, al fine di meglio
gestirsi nel contesto conciliativo che la occupa.
Vero poi è che il conciliatore fungerà anche da garante
della riservatezza. Ciò che accadrà in conciliazione, quello che verrà discusso
e deciso (o non deciso) ed ogni altra evenienza, sono elementi che rimarranno
strettamente riservati e segreti verso l’esterno (mass media, pubblico, ecc.).
In quanto terza parte neutrale, il conciliatore verrà a
trovarsi in una posizione per così dire unica nel tenere e trattenere una
prospettiva al di fuori ed al di sopra di quello che accade all'interno del
conflitto tra le parti. Ciò non può che essere visto che come vantaggio, ai fini
di una soluzione positiva e di comune soddisfazione per le parti stesse.
Il conciliatore, in quanto professionista preparato al
riconoscimento ed alla gestione dei conflitti, è infatti capace di percepire
l'opportunità di aiutare le parti a muoversi e, in un certo senso, a trasformare
i propri atteggiamenti, passando esse stesse da uno stato di debolezza, ma anche
di rabbia, ad uno di forza, ma anche sensibilità, l’una nei confronti
dell’altra.
Questa è una delle opportunità offerte dal conflitto
gestito con l’ausilio di un terzo professionista conciliatore: incidere sul modo
con cui le parti solitamente vengono a trattarsi vicendevolmente nelle proprie
relazioni umane durante i classici e tipici casi di negoziazione diretta.
Attraverso l'esperienza dolorosa di un conflitto, cioè, i
conciliatori possono aiutare le parti a trovare modi nuovi per agire ed
interagire fra loro, per catturare la loro propria capacità di essere allo
stesso tempo sia forti che compassionevoli nei modi con cui le stesse
sperimentano e gestiscono le proprie dispute.
Tuttavia, nonostante la presenza importante del conciliatore nel conflitto
tra le parti, queste ultime sono sia “attrici” che “registe” del tentativo di
conciliazione che le occupa (con forti responsabilità circa la gestione della
controversia), ricercando - con l’ausilio del conciliatore - la soluzione più
adatta alle loro esigenze.
E’ per tale motivo che nei paesi anglosassoni l’acronimo
A.D.R.– metodi nei quali rientra a pieno titolo la conciliazione – viene
tradotto non solo come Alternative Dispute Resolution o Amicable Dispute
Resolution, ma anche come Appropriate Dispute Resolution; metodi – cioè – per la
ricerca della più appropriata soluzione alla controversia. E chi meglio delle
parti in conflitto può riuscire a trovare la migliore via di uscita al conflitto
stesso? Chi, cioè, può essere in grado più delle parti di comprendere cosa sia
meglio fare e come sia meglio agire di fronte al problema controverso che
incombe sulle parti stesse?
Quando v’è una lite in corso tra due o più soggetti, e non
vi sia spazio per una negoziazione diretta fra i contendenti, si tende a pensare
che ci sia una frattura insanabile che divide le stesse parti irreversibilmente;
è per questo che si crede che l’unica via di soluzione possibile sia quella di
affidare l’affaire ad un legale di fiducia al fine di ottenere giustizia.
Potrà sembrare strano ma, contrariamente a quello che si
pensa, il conflitto, la lite, il diverbio più o meno acceso tra le parti, lega
le stesse l’una all’altra più di quanto non sia stato in grado di fare il
contratto stipulato o il rapporto (più o meno formale) che le univa e che nel
momento dell’insorgenza del conflitto si è incrinato.
Il conflitto, cioè, è risorsa enorme per i rapporti
interpersonali di ogni tipo e natura e perciò non va imbrigliato o ghettizzato
in maniera tale da farlo risultare il “male” da sconfiggere.
Quello che deve combattersi è piuttosto l’indifferenza
reciproca delle parti in conflitto, la freddezza di rapporti, il pretendere
ragione a tutti i costi.
Il conflitto, cioè, in se per se non è né positivo, né
negativo; vero è, invece, che esistono aspetti negativi del conflitto gestito in
maniera sbagliata!
Secondo alcuni autori, la comunicazione ed il conflitto
assomigliano ad un “phàrmakon”, in quanto sarebbero, per così dire, neutri o
meglio ambivalenti, nel senso che potenzialmente sarebbero sia “patologia” che
“cura” nelle relazioni interpersonali e sociali (Euli).
I vantaggi che si ottengono in conciliazione, grazie ad
una gestione positiva del conflitto tra le parti con l’ausilio di un
conciliatore professionista, sono molteplici:
1) Aumento delle motivazioni tendenti al cambiamento
Innanzitutto la conciliazione aiuta le parti a comprendere
come la gestione ottimale del conflitto possa aumentare le motivazioni tendenti
al mutamento. Nel conflitto le parti si abituano ad essere entità aperte e non
chiuse in sé stesse, in quanto imparano a considerare l’esistenza anche
dell’altro. Mutare significa attivare una c.d. “dualità”, gestendo il conflitto
a due e non l’uno contro l’altro. Un sistema - sia esso organismo biologico o
organizzazione sociale - per essere vivente, infatti, deve essere aperto; deve
cioè in qualche modo dipendere (anche) dall’ambiente esterno di cui fa parte
integrante. In considerazione di ciò, quindi, la chiusura non porta altro che
degrado e dispersione di energie. Per la seconda legge della termodinamica
qualunque sistema, se isolato, muove verso la degradazione ed il disordine, con
inevitabile perdita di energia; tali sistemi – si dice – vanno verso uno stato
di “entropia”.
Dall’altro lato, invece, i sistemi aperti, in quanto sono
in grado di ricevere energia nuova dall’ambiente circostante, possono
reintegrare quella inevitabilmente utilizzata, muovendo verso stati di entropia
negativa che invece è fonte di ordine.
2) Gestione “costruttiva” del conflitto tra le parti
Il conflitto ben gestito in una procedura di
conciliazione, in aggiunta, fa apparire i problemi per quello che sono realmente
ed incoraggia le parti in gioco alla risoluzione degli stessi, una volta emersi,
costruendo un’opportunità di soluzione della controversia in atto. E’ chiaro
però che la natura costruttiva o distruttiva del conflitto dipende
esclusivamente da come lo stesso viene gestito. Il conflitto gestito
costruttivamente può condurre ad una pace duratura e ad una forte cooperazione
tra le parti.
3) Aumento di mobilitazione di energia psichica
Con una situazione conflittuale in atto, inoltre, vi è un
aumento di mobilitazione di energia psichica positiva. Infatti la paura dei
conflitti porta al conformismo e riduce la creatività individuale. Quando ci si
sforza di trovare una via di uscita, una soluzione al problema che incombe,
invece, si attivano tutti i canali possibili e l’attività psichica ed emozionale
aumenta a dismisura con l’obiettivo di arrivare ad una soluzione, la più
soddisfacente possibile, al fine di proteggere la propria persona o il proprio
gruppo o la propria famiglia o azienda dal pericolo.
4) Aumento della coscienza del ruolo della parti
Il conflitto, inoltre, aumenta la coscienza del proprio
ruolo sia all’interno del proprio nucleo di appartenenza (mercato, azienda,
famiglia, ecc..) in cui si è sviluppato, che all’esterno. Le buone relazioni
sociali interpersonali ed intergruppo, infatti, non sono altro che conflitti ben
gestiti, in cui alla fine le parti si riconoscono vicendevolmente. Non si può
evitare il conflitto, o meglio sognare un’esistenza senza conflitti è pura
utopia, perché il conflitto è parte delle esperienze della vita di ogni essere
umano. Ogni giorno, infatti, la vita dinamica della collettività e dei gruppi
organizzati si muove anche fra divergenze di opinione e contrasti di visioni
che, se ben gestiti, la arricchiscono, creando valore aggiunto e vitale e
rafforzando la coesione.
5) Aumento dell’identità delle parti confliggenti
Con il conflitto c’è un aumento dell’identità delle parti
confliggenti che porta ad una plausibile maggiore comprensione reciproca,
finanche alla fiducia reciproca una volta che la disputa sia risolta.
Addirittura nei gruppi, il fronteggiare una controparte
comune può creare nuove sinergie ed alleanze tra persone che prima non avevano
relazioni forti tra loro, contribuendo alla positività delle relazioni al fine
di raggiungere un interesse comune. Quando lo scontro inevitabilmente si
sviluppa le parti in gioco, utilizzando solitamente i mezzi che maggiormente le
caratterizzano (voce, gesti, postura, documenti alla mano, testimoni, amici,
supporters, ecc…), tentano con ogni buon auspicio di far comprendere all’altra
parte con chi stanno avendo a che fare. Anche la famosa frase “lei non sa chi
sono io” proferita in situazioni di accensione conflittuale, è sinonimo di
indicazione o quantomeno di informazione di identità. Le parti in conflitto,
esprimendo (a ragione o per partito preso) tesi divergenti, sono perciò
obbligate a riconoscere l’esistenza reciproca.
Identificandosi e presentandosi reciprocamente le parti,
in aggiunta, si identificano e si presentano anche a loro stesse, rinforzando
alla bisogna l’amor proprio, l’autostima e la coscienza di sé e migliorando – se
del caso – anche il rapporto con sé stesse.
6) Attenzione verso tutti i tipi di conflitto
Il conflitto, in aggiunta, determina un’attenzione ad ogni
tipo di conflitto. L’esperienza personale che si acquisisce nella gestione di un
conflitto proprio, può servire di ausilio per capire i conflitti degli altri e
per essere malleabili in ogni occasione conflittuale dovesse presentarsi.
7) Mobilitazione di energia e produzione di ricchezza psichica
Il conflitto è costruttore di energia e forza produttiva
perché mobilita energia e produce ricchezza psichica, innescando un circolo
virtuoso dell’investimento emotivo. Le emozioni che si creano quando le parti si
ritrovano ad un tavolo negoziale sono le stesse sia che si tratti di un
tentativo di conciliazione commerciale tra due manager di multinazionali, sia
che si provi a conciliare una questione condominiale tra proprietari di
appartamenti. L’energia che ogni parte in conflitto sviluppa durante l’incontro
vis a vis con l’altra parte è una carica inesauribile che, se considerata nel
giusto verso (ed ecco che l’opera del conciliatore esperto è necessaria),
produce innovazioni impensabili che portano il più delle volte a soluzioni
insperate e creative.
Quando infatti le parti sono mobilitate nella ricerca di
una soluzione positiva al loro conflitto, mettono in atto tutte le energie
psichiche di cui dispongono al fine del migliore risultato possibile, che
soddisfi le loro aspettative di giustizia. Se è un altro a decidere, invece, le
parti non solo non potranno intervenire direttamente nella decisione, ma
comunque non avrebbero lo stimolo a farlo, sapendo che alla fine la soluzione
verrà comunque trovata, ed oltretutto imposta, da un terzo.
Inoltre nel conflitto si possono arricchire le proprie
esperienze apprendendo nuove visioni, valori, tesi, punti di vista, che sono
propri della controparte, ma che la controparte ci mette inevitabilmente a
disposizione per corroborare la propria tesi. Il conflitto quindi diventa il
motore dell’apprendimento della società.
Riassumendo quanto fino ad ora brevemente riferito sul
conflitto potremmo dire che esso può avere aspetti negativi quando:
- sposta l’attenzione delle parti confliggenti da altre importanti attività
in corso di svolgimento tra di loro;
- mina la propria morale o la concezione che ognuno ha di sé stesso e
dell’altro;
- riduce la collaborazione tra persone e/o gruppi;
- aumenta o alimenta le differenze (razziali, economiche, religiose, morali,
ecc…);
- porta a comportamenti irresponsabili e dannosi per le parti.
Mentre lo stesso conflitto, quando risulti gestito a
regola, grazie all’opera insostituibile di un professionista conciliatore, può
avere aspetti altamente positivi in quanto:
- dà luogo a chiarimenti importanti delle problematiche delle parti;
- coinvolge i litiganti proprio nella soluzione del loro problema, stimolando
– quindi – la collaborazione reciproca al fine della ricerca e dello sviluppo di
una soluzione condivisa e ampiamente soddisfacente, permettendo ad essi di
imparare, ed arricchirsi, l’uno dall’altro;
- comporta comunicazione autentica tra le parti;
- aiuta le parti a liberarsi da ansia e stress emotivo;
- aiuta le parti a sviluppare nuove abilità e reciproca comprensione.
E’ quindi proprio in conciliazione che il conflitto tra
due o più contendenti viene ad essere gestito in maniera tale da poter rivelare
tutti i suoi benefici per le parti. Il conciliatore sa come estrapolare la
positività e l’energia creativa di plusvalore che è insita nel conflitto di
specie.
Mentre se lasciate sole, anche se alla presenza dei propri
consulenti, le parti rischierebbero di non cogliere tali potenzialità o, alla
peggio, di bruciarsi un’opportunità di realizzazione di un accordo che metta
fine alla propria controversia.
Come si è già avuto modo di evidenziare, l’ottica con cui
le parti dirimono la propria controversia - con l’ausilio dell’attività
altamente professionale del conciliatore - è del tipo “win-win”, cioè la
migliore soluzione possibile ai propri bisogni ed interessi del caso concreto.
Una situazione win-win si crea quando due o più parti sentono di aver guadagnato
(non, evidentemente, necessariamente a livello monetario) qualcosa di nuovo che
non possedevano prima di aver risolto il proprio conflitto.
L’esempio (oramai mitizzato) dell’arancia e delle due
sorelle, che trova spazio tra i cultori delle tecniche di risoluzione e gestione
del conflitto, calza sempre a pennello.
La conciliazione stragiudiziale professionale, proprio in
considerazione di tale esempio di scuola, è uno strumento per la composizione
autonoma delle controversie con una elevata risonanza di tipo socio-economico,
in quanto consente la pacificazione, il mantenimento dei rapporti e della
collaborazione futura tra le parti, la serenità e sicurezza per le stesse di
aver ottenuto – proprio perché sono esse stesse ad averlo deciso – il massimo di
soddisfazione possibile, con il minimo di spreco.
Avv. Alessandro Bruni
Nota: articolo dell'Avv. Alessandro Bruni