
Il senso comune diffuso tra la gente
comune connota il conflitto con caratteri nettamente negativi, ritenendolo un
fattore negativo nell’evoluzione delle dinamiche sociali ed un allarmante
segnale di disfunzione.
I motivi di conflitto vengono spesso
relegati nel limbo delle questioni da non affrontare e non è raro che le persone
che hanno dato origine al contrasto vengano ritenute portatrici di disfunzioni
psicologiche e fatalmente estraniate dai contesti decisionali.
Nulla di più sbagliato e pericoloso.
Il conflitto ignorato è fatalmente
destinato ad accrescere in silenzio ed a moltiplicare la propria forza sotto la
cenere, fino ad esplodere al momento giusto con violenza non più fronteggiabile
ed effetti distruttivi imprevedibili, fino ad arrecare danni sicuramente più
gravi di quelli che potevano essere prodotti dal disagio da cui è originato.
I tribunali sono pieni di processi di
separazione coniugale in cui rapporti familiari apparentemente tranquilli e
distrattamente appiattiti sulla superficiale gestione del tran tran quotidiano
sono di colpo implosi con violenza insospettabile e per cause apparentemente
banali, travolti dal ribollire di annosi dissidi mai affrontati a viso aperto e
consapevolezza.
L’energia sviluppata dal conflitto può
invece essere sfruttata per arricchire e sviluppare le relazioni personali,
esercitando un vero e proprio ju-jitsu psicologico fino ad utilizzarne tutte le
componenti positive e creative.
Andrebbe pur sempre considerato, d’altra
parte, che buona parte dei conflitti sono oggettivamente inevitabili, di modo
che è naturale immaginare l’indubbia efficacia di un approccio che tenda a
gestire il fenomeno piuttosto che ad ignorarlo.
Qualche tempo fa la mia famiglia ebbe la
sventura di subire un incidente domestico.
Il piccolo Luca, nel pieno di
un’evoluzione acrobatica sul letto della sua cameretta, subì una rovinosa caduta
e la conseguente frattura del femore della gamba destra.
Dopo il ricovero ospedaliero ed un lungo
periodo di convalescenza, il piccolo acrobata poté liberarsi della voluminosa
ingessatura. Il medico che lo aveva in cura constatò che era in atto la corretta
calcificazione della frattura, ma suggerì a me e mia moglie di controllare
periodicamente la crescita degli arti inferiori allo scopo di evitare che, a
fine crescita, uno di essi potesse risultare più lungo dell’altro.
Chiedemmo quante possibilità vi fossero
che l’osso fratturato potesse risultare più corto di quello dell’altra gamba, ma
il medico mi corresse immediatamente: il rischio sarebbe stato quello che l’osso
fratturato crescesse in misura maggiore rispetto a quello sano.
L’ortopedico, volendo fugare il mio
stupore, chiarì infatti che la frattura, nonostante la sua azione traumatica,
avrebbe rappresentato per l’organismo un potente stimolo alla crescita
dell’osso.
Nello stesso modo il conflitto è forse il
più potente stimolo alla crescita delle relazioni interpersonali, avendo la
funzione immediata e diretta di segnalare in modo inequivoco che lo stato di
equilibrio preesistente non è ulteriormente sostenibile.
Il conflitto è lo scontro che si realizza
tra individui o gruppi che perseguono finalità non realizzabili
contemporaneamente ed è, insieme al consenso, uno dei principali strumenti
dell’interazione sociale.
Alla base del conflitto v’è sempre una
condizione costante capace di innescarlo: la scarsità delle risorse a cui le
parti in contrasto aspirano.
In realtà sarebbe più corretto precisare
che non è necessario, perché il conflitto si inneschi ed esploda, che le risorse
in discussione siano realmente scarse; spesso è sufficiente – a causa di un
effetto distorsivo della cognizione – che le parti abbiano anche la sola
percezione dell’inadeguatezza delle risorse.
E’ possibile infatti che alcuni conflitti
vengano originati dalla sola distorsione cognitiva, e finanche dalle diversità
caratteriali dei singoli individui e quindi dalla particolare propensione di
taluni a ritenere tendenzialmente scarsa la considerazione tenuta nei loro
confronti ed a lamentare quindi pretesi soprusi.
In quest’ottica assume importanza il
problema delle informazioni di cui sono in possesso le parti, poiché da queste
dipende in larga misura la rappresentazione della realtà che esse sviluppano, da
cui fanno discendere l’elaborazione del contegno da assumere nei confronti
dell’antagonista.
Non è raro infine che possano sorgere
situazioni di contrasto pure in presenza di una adeguata abbondanza delle
risorse in gioco, quando però vi sia un evidente squilibrio tra le posizioni
delle parti oppure una sostanziale divergenza sulle modalità di distribuzione.
In tutte queste eventualità l’unico modo
efficace di arrestare l’inasprimento del conflitto e di scongiurare eventuali
danni è la destrutturazione del contrasto e la neutralizzazione del suo
potenziale dirompente. La riduzione delle divergenze ai loro minimi elementi
strutturali e la comprensione reciproca delle rispettive percezioni può condurre
poi alla organizzazione di un percorso che sia capace di metabolizzare le
diversità ed a costruire su di esse un nuovo equilibrio più efficiente e
produttivo.
Nasce su queste basi la consapevolezza
delle potenzialità di cui è portatrice una corretta negoziazione dei conflitti.
Negoziare è cosa diversa dal discutere.
La discussione si esaurisce nel semplice
esame di una questione controversa e nello scambio di opinioni tra le parti
interessate, ma non mira alla focalizzazione delle possibili linee di
contemperamento delle posizioni assunte se non nella forma del compromesso, cioè
dell’accordo che viene raggiunto solo grazie al sacrificio comune di una parte
delle aspettative.
Nella pratica poi la discussione spesso
diviene animata e frequentemente si trasforma in alterco (basti immaginare la
classica conflittualità delle assemblee condominiali), con il risultato di
produrre nel migliore dei casi uno stallo decisionale, ma nei casi più gravi una
vera e propria spirale di violenza verbale e fisica.
In definitiva il risultato a cui può
giungere una discussione è, nel migliore dei casi, lo status quo ante.
Il negoziato invece è finalizzato
contemporaneamente, almeno nella sua prima fase, all’esposizione delle proprie
ragioni ed alla conoscenza del punto di vista di cui sono portatrici le altre
parti in conflitto.
La corretta comunicazione dei propri
interessi e l’attento ascolto degli obiettivi perseguiti dai contraddittori
consente di individuare – nella seconda fase del negoziato – tutte le zone del
possibile accordo, anche se inusuali ed innovative.
In buona sostanza la negoziazione efficace
fa speditamente rotta verso la realizzazione degli interessi, di modo che non è
vincolata alla difesa di una rigida posizione dichiarata.
Nota: articolo dell'Avv. Pasquale Tarricone